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Curiosità
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3 luglio 2014
Insalata di matematica e calcoli formativi!

Dare, rendere o avere? Vorrei altra formazione, me ne offrono già condizionata e la penale da pagare è davvero alta! Un “insalata di matematica” cosi come recitava il testo della sigla di Atlas Ufo Robot  https://www.youtube.com/watch?v=gvflllnNHV8e, mi chiedo perché spingermi ancora oltre; Già: punteggio, calcoli e probabilità! Per insegnare oggi non è più necessaria la competenza ma, la capacità di calcolare le probabilità che possono allargare o restringere la via che conduce il tuo stomaco verso il frigorifero. Dodici crediti e la possibilità di avere una progettualità più ampia e, magari, lo sviluppo di un eventuale progetto esterno che apporti sia un contributo societario per gli allievi che un mensile d’affitto più sicuro per il proprietario del mio immobile. “Una vita da precario”, canta Ligabue, ma lui che ne sa poi dei calcoli formativi, dei vestiti rifatti per farli sembrare nuovi e dei conti spiccioli per far saltare il tuo probabile incarico in vetta e anche adeguato per il nuovo anno?

Gordon Pym  parlava di ubriachezza cosi come io oggi parlerei della possibilità del lavoro :”…  come la pazzia rendono spesso chi ne è vittima capace di conservare i modi di una persona in pieno possesso delle proprie facoltà” come dire che siamo ubriachi della ragione dell’esistenza di un  lavoro sino alla idea che per ottenerlo, conservarlo, garantirselo, dobbiamo diventare pazzi ma di quella follia lucida che assomiglia alla ragione.

Conto, ricalcolo e misuro e mi rimetto sui libri: Già, quando mai ho smesso? Certamente non oggi!




permalink | inviato da doppiavia il 3/7/2014 alle 21:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
2 novembre 2013
Sproloqui in sottoveste"-"

Con la vestina corta del Cotton Club vengo avanti con la Festa dell’insignificanza nelle mani di un Kundera nuovo di zecca e con i sogni lucidi in mente di trasformarmi nella nuova Nothomb, sempre dedita alla sua corrispondenza come in Una forma di vita ma, ho Eluard nelle corde.

Quante cose si può essere in una sera e quanto invece non si vuol appartenere a tutti questi stereotipi; per non livellarmi intreccio palline, in cotone argentato,  per il prossimo natale ma, Tu non mi vedi.

Come sono nuova nel mio fresco taglio di capelli e indosso il mio rossetto, intenso,  come nel film Cotton Club di cui adesso ascolto la colonna sonora: mi illanguidisco sottile e suprema come una piuma flessa sotto il peso della seta e del tulle ma, Tu non mi vedi tutte le volte che divoro il cioccolato bianco che poi consegno al cesso.

Mi sento poesia e rileggo il poeta; sono leggera come una sottana trasparente ma continuo a intrecciare palline argentate e forse mi sento già troppo sola per distogliere il mio sguardo dal assiduo lavoro di coveraggio e recupero delle Sue vecchie camicie. Mille piccolissimi pezzettini di terapia e riciclo creativo: Sarà una vendetta celata?

Che infami siamo Noi donne, con gli stracci frantumati sfumiamo i cuori e mentre creiamo poesia  vengono a disturbare a tutte le ore; mi guarda Amèlie e mi invita ad iniziare il suo libro ma, Kundera, che è insostenibile come sempre, vuole il suo spazio con i suoi eroi pronti a presentarsi già dal primo capitolo: A chi cedo? Mi spoglio? Rispondo alle insistenti chiamate dei cinque minuti di poesia riemersi dall’oblio in cui mi sono sepolta o ritorno a quel cane di Pirandello figlio, Stefano, che dovrò sapere anche se è un nessuno – uno o centomila - davvero?

L’effetto delle cose che succedono nelle feste mi sconvolge la mente; rivoglio il Poeta che mi corrispondeva come l’XXXXL che corrispondeva con la Nothomb ma, cazzo, mi hanno già preso le poesie di Eluard – furto sacrilego -  e sono stata spogliata ancora prima d’iniziare.

Stasera lattuga o carote? O solo mele? Ho già vomitato cioccolata fluida oggi ma, come sono sottile, come sono carina nel mio nuovo taglio di capelli, nel mio sorriso acceso da un intenso rossetto e il jazz mi riacchiappa da capo ma, Tu non mi vedi e poi partirai a fine settimana per liberarti di me, anche  per pochi giorni, ed Io amerò ancora una volta il mio crochet, il mio lavoro, i piedi che calpesteranno il mio viso nella insanabile scuola in cui, dopotutto, lavoro,ma farò poesia nella mia mente, quella che non scriverò più.

Come sono sottile ma, Tu non mi vedi: languida e anche molle ma, non so amare più, non so baciare più, non sono più umana: la mia è la Festa dell’insignificanza che mi significa ed è con lei che inizierò … Kundera prendimi ma,  prima,  ho bisogno della mia dose di cioccolato che restituirò in altra forma, in liquido torpore e grande stravolgimento. Come sono sottile però, talmente tanto che Tu non mi vedi.

Perché non mi vedi? Stasera carote!

 




permalink | inviato da doppiavia il 2/11/2013 alle 18:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 agosto 2013
Il senso della scopa!

Lo sciabordio urlato del mare funziona come un mixer ad immersione che sbriciola, amalgama, sbrindella pensieri passati e presenti ma, inevitabilmente, ti fa ricadere nei piccoli tagli che conservi dentro l'animo, animo malato s’intende!

Cose insignificanti che prese singolarmente sono stupide, non rilevanti, ma possono, di fronte al mare, diventare un mix agrodolce condito di realtà.

Il mare, adesso, l’ho di fronte casa e quel  mixer è sempre acceso:  notte e giorno lavora dentro me.

In Sicilia, molti anni fa, le ragazzine venivano educate alla gestione della casa, oltre che allo studio intenso se hai genitori “prof.ss”dentro&fuori; il tutto avviene perché l’idea di famiglia al femminile impera su qualsiasi rivoluzione sessuale calcolata su qualsiasi periodo d’espansione di quest’ultima.

Quando, alla fine degli anni sessanta,  Anne Koedt  raccontò al mondo intero che l’orgasmo -  quello delle donne!! -  era sempre clitorideo (Vd. articolo precedente che t’illustra la condizione del mio clitoride!), scontrandosi apertamente con la tesi freudiana del doppio orgasmo femminile (vaginale e clitorideo), dalle mie parte – in terra sicula -  io non ero ancora nata ma sapevano già cosa insegnarmi appena giunta: il latino e il senso giusto, il giusto orientamento, per spazzare la casa che qui,  in gergo,si dice scopare!

Così Marietta (La Tata)  appena mi sono retta in piedi mi diceva:”… brava la piccola, questo è il senso della scopa!” anche se lei in realtà diceva “ … bravitta ‘a ciancianedda, accussi si teni a scupa!” e fra una mela e una versione latina d’un qualcuno, il mio tempo per la scopa non doveva mancare.

Era importante nell’esecuzione non mandare la polvere verso noi stesse ma, verso fuori, lontano, così non ci “sporcavamo” che nel linguaggio siciliano “sporcarsi nel viso e nell’onore” è un altro stereotipo che non resterò qui a raccontare ma, posso solo dirvi che la scopa e il suo senso – l’ho scoperto a mie spese - c’entrava nella vita delle donne parecchissimo!

Quando ho imparato a “scopare” – parlo al passato perché è un’azione non reiterata molto di frequente - non aveva granché senso da che verso prendessi la cosa tanto per me -  e riguardo me -   il verso era sempre quello, sfacciatamente quello, e né Marietta, né l’Educazione delle fanciulle – non certo il libro della Littizzetto e della Valeri – potevano farci tanto di più; loro, le donne sicule, sapevano già come andavano le cose ma non capivo,  e non capisco,  perché educavano nuove donne su tutti i  Sensi Perduti che hanno poi subito.

Parlo d’un mondo ormai lontano e probabilmente tutto ciò non accade più nell’educazione delle giovanette meridionali ma è impensabile non pensare che il mare voleva tirare fuori questa storia e, come sempre, c’è riuscito.

La nota seria ai miei sproloqui, scusate ma la devo sempre aggiungere e da Lowen raccolgo lo stimolo: “… quando l’illusione acquista potere, esige di essere realizzata, costringendo l’individuo ad entrare in conflitto con la realtà. Perseguire una illusione richiede il sacrificio dei buoni sentimenti del presente. (Il tradimento del corpo)” tutto ciò mi spiega il perché dovessi imparare necessariamente il senso dello spazzare; tradire il proprio corpo nella illusione che la famiglia possa essere amore, cura e dedizione. Una sorta di rituale che rinnega i sentimenti profondi d’una donna per rimettersi nella cultura della contro realtà che tanto comodo ha fatto alla gestione d’una regione ed anche, alla fine, d’un intero Paese.

Le onde mi sussurrano ancora ma devo lasciarle in favore d’una doccia … a più tarde care amiche.

 




permalink | inviato da doppiavia il 25/8/2013 alle 21:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
29 giugno 2013
I cinghiali nell’orto? Chiamate Teodoro! Io mi servo di Tooke!

Adesso anche le patate subiscono l’offensiva dei cinghiali, certo che si, presso un orto che non è stato ben delimitato, vicino ad un luogo non meglio designato, appartenente ad una coppia che si consola spargendo calce per l’edilizia per allontanarli ma, non ottenendo i risultati sperati non è poi riuscita a farli desistere, non limitando la loro proverbiale voracità.

"Ok, ma chiamate Teodoro!

Potreste pensare che mi sono votata all’arte dell’orto o alla coltivazione delle patate o, addirittura, alla caccia dei cinghiali, lì in quel luogo che non ho ancora capito dove si trova,  ma, in realtà,  sono solo votata a Tooke, alla linguistica, al rompicapo che essa per me rappresenta.

Allora miei cari, i cinghiali non sconfinano solo nell’orto di questa misteriosa famiglia che provo a rintracciare ma anche nella mia posta elettronica, oltre, naturalmente, al tizio che oggi mi  ha telefonato diverse volte alla ricerca di un tal Teodoroesistono ancora questi nomi? – non prendendo in considerazione la mia non conoscenza di questa persona; pare che Teodoro lo conoscono tutti e nessuno lo ignora: “Teodoro? Teodoro chi??”.

Chissà se poi l’avrà trovato?”

Teodoro: se mi leggi richiama, conferma che non ci conosciamo e che nessun Teodoro ha mai incrociato il mio cammino,  o quel tizio mi abbatte il telefono con squilli di coordinamento; sapete quelli che s’inviano per far capire di aver capito … ecco, Io non ho capito ma forse Teodoro potrebbe!

Però torniamo ai cinghiali – per me più simpatici – quelli infiltrati nelle mie mail, esattamente in  corrispondenza con le mail della collega che ricerca vario materiale di Tooke da inviarmi e che rinvio  - o  rilancio a seconda dei gusti - con mie integrazioni in una sorta di lavoro cooperativo …  però, fra una mail e l’altra mi vedo spuntare questa donna sconosciuta senza più patate ormai: tutte mangiate dai cinghiali!

“Teodoro!! Che fai … acchiappa i cinghiali!”. Sarà,  per caso,  Teodoro lo sposo intravisto lo scorso sabato in livrea dorata settecentesca? Ecco dov’è, in viaggio di nozze!

Dunque, dopo un paio di mail ho chiarito che non potevo risolvere il problema ma che le potevo dare scarsissimi consigli di linguistica … cerco di completare un progetto che,  sottolineo, non mi è per niente caro.

“Io, la calce non l’ho! I cinghiali non l’ho mai visti! O, forse,  Teodoro è l’esperto dei cinghiali …???”

Ecco: casini telematici e frullati operativi  che non nascondono un certo attivismo operativo da parte di tutti nei confronti di tutti gli altri ma che comunque sono confluiti nel mio mondo - fra mail e cellulare – non rendendosi conto che si sono imbattuti solo in una “…finta dotta in una vasca di confusione”.

O, come direbbe Tooke, il mio attuale compagno di vita,“… i dotti nascondono la loro ignoranza dietro il principio di autorità …”  la stessa che adesso esercito  bloccando le due parti, sia quella telefonica che  l’altra delle mail, tenendomi cari i cinghiali che, perlopiù, si nutrono di patate ma mai di disonestà.

 

 

 




permalink | inviato da doppiavia il 29/6/2013 alle 22:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
1 giugno 2013
Chi d’effluvio colpisce in puzza finisce …

“Non aveva l’odore di un profumo, bensì di un uomo che ha un profumo.”

 SuskindIl Profumo

Di effluvi e profumi è fatta la nostra vita, di passaggio in passaggio, compreso l’odore di bruciato che emani quando questi passaggi li bruci, o ne vieni bruciato; comunque sia l’odore dell’”umano” non lo cacci via nemmeno con la candeggina.

L’odore del neonato e di una adolescente all’incontro con il menarca, di piedi in estate immersi nella sabbia, di mani dopo il bucato o di trucco appena sfatto … sono tutti segni dell’umano che sono in noi e il Grenouille di Suskind vuole ricostruire il profumo umano perché lui è nato senza averne uno suo personale: immaginate come può essere la vostra vita senza odorare di niente e immaginate, per assurdo, se non vi contentereste di sopportare il vostro odore putrefatto del post mortem in luogo del niente.

Ecco, l’odore vi dice che esistete o che siete esistiti, e una persona come Grenuille che non puzza di niente può pensare tranquillamente che il suo passaggio, anche assurdo, su questa terra non sia mai avvenuto.

Questo è quel che succede a chi manca di qualcosa, qualunque cosa, ma che sia ascrivibile all’umano; la scia di profumo che ha lasciato una donna che mi passava accanto stamattina mi ha fatto capire che l’umanità, quando c’è, non bisogna mascherarla, anzi mostrarla perché è segno di vita.

Ecco, non è un inno al puzzo e non immagino come questo mio appello possa essere scambiato per una dimostrazione di tale bisogno ma, credo, sia solo una riflessione indirizzata all’umano che c’è in noi; chi dorme per strada non puzza ma prova a dimostrare che in qualche modo sopravvive ad un sistema che lo ha già schiacciato e che, nonostante gli odori feroci, subisce e ci fa “subire” il desiderio di manifestarsi in qualche modo, di esserci.

Cara signora che oggi ti turavi il naso accanto ad un piumone disfatto sotto un portico in piena città pensa alla tua “puzza” in quelle condizioni, perché tutti puzziamo poiché esistiamo.

Il profumo della gradevolezza è la sincerità ed è molto più umano sentire l’odore proveniente dal bagno dopo una potente indisposizione che costosi "francievolezze" che coprono l’animale che c’è in noi.

Oggi ho parlato di puzza e mi sembra il più filosofico degli argomenti societari perché non escludono di fatto gli odori che fanno grande la vita come quelle delle carote -  per me -  della pelle del mio bambino e dell’odore che rimane dopo aver fatto sesso; quella è umanità ma per certi nasi può essere anche puzza, comunque è esistenza.

Indosso la mia puzza e vado in giro questa sera, chissà che non mi si riconosca per ciò che emano -  e rappresento - che non per l’abito o la piega ben fatta.

Umani, troppo umani, sempre umani … e ora annusatevi e dimostratevi che esistete.

Sniff Sniff … come so di buono!




permalink | inviato da doppiavia il 1/6/2013 alle 16:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
4 maggio 2013
La norma!

Regola, disseta, nutre, avvinghia alle certezze, ti dona il giusto tempo per aspettare: Signori, ecco a voi la norma!

Di norma aspetto che la zanzara si posi per porre fine al suo pranzo – di me - perpetuo,  di norma  adopero il buon senso se non posso essere sprovvista di povertà,  così com’è citato dal grande Brancati in una sua massima: ”Grandi ed estesi divertimenti sono assegnati a chi esca di casa provvisto di povertà e, soprattutto, di buonsenso …” di  norma,  il buonsenso è una norma, o forse non lo è più.

Ciò che disegna un ciclo comune, definita norma, è solo una delibera che è partita da qualcuno, in un tempo definito,  un qualcuno a suo modo popolare e che ha trasformato una sua visione in norma comune. Si dice, non si fa, si conviene, e quanti di noi non sono stati vittima di una norma di dubbia provenienza?

Alle elementari avevo un compagno di classe piuttosto quotato ma che metteva le dita dentro il naso; dovevamo accettare il suo atteggiamento come norma?

Per fortuna abbiamo coralmente desistito o, immagina, lo scavare di robe come protocollo con il compiacimento sociale che questo atteggiamento poteva fornire.

Di norma devi essere felice vicino agli eventi ufficialmente accettati tipo le feste di fidanzamento, che diventano la rassegna dell’ovvio, l’annuncio della festa pre-bebè dove tutti devono necessariamente congratularsi – anche la ex di tuo marito – bere le bevande analcoliche per non far ubriacare il bebè di una sola delle presenti  e regalare tante cosine minuscole che serviranno al piccolo per circa un mese, il resto dei mesi sarà mezzo nudo o con le gambine arricciate dalla mancanza di stoffa sufficiente, dimenticavo gli “Ohhh”  di commiato e sorpresa di quel che sai già o comunque ti aspetti.

Fra queste norme c’è il compleanno, ecco il mio è vicino vicino e tutti o mi compiangono per l’età o mi dicono che ancora non sono del tutto “sfiorita”, e in questo frangente,  “di norma” dovrei essere serena e gaudiosa. Capita poi che per il tuo compleanno vuoi regalarti una stranezza e la norma diviene una difforme realtà: un cappellino con la veletta … ma che c’è di male?

Dopo aver espresso il mio desiderio, e aver subito il ribollire di risa, capita sempre che mi si richiami al buon senso ed ecco il ritorno di Brancati ma, per farmi venire il giudizio,  esco di trovate filosofiche e di citazioni a cazzo.

Tutto per colpa della norma che prevede per la mia età una lungimiranza che non mi è mai appartenuta.

Brancati mi salva ancora una volta dal impiccio dicendomi: ”Mai la stupidità ha balbettato un linguaggio così filosofico” e mi sa che me la sono proprio chiamata.

La norma? Meglio quella che preparerò per domani: salsa di pomodoro, melanzane fritte, ricotta salata e molto molto basilico. Ecco, quella è l’unica norma che accetto sul serio.

  




permalink | inviato da doppiavia il 4/5/2013 alle 22:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 aprile 2013
Eggcrossing da 25 Aprile

Si trova un nome, talvolta un indirizzo, un indizio di persona proprio in mezzo a una autentica storia scritta da qualche giovane autore o da qualsiasi pilotato cervello: qui, si chiama bookcrossing,  e li da voi?

Un po’ una missione sociale alla John Reith della BBC del ’54, un “informare, educare, intrattenere” oltre che televisivo si può dire mondano o di fortuna; perché, miei cari, quando vi arriva un’ombra di umanità attraverso un libro ottenuto in prestito, riposto poi altrove e in viaggio chissà da quanto tempo, alla fine puoi trovare giovane e focoso un nome che è già piuttosto attempato, magari con la sciatica e qualche filo di barbetta bianca proprio come il mio dentista dirimpettaio. Magari vi arriva giusto il suo nome ma, nel qual caso, non ve lo consiglio: a parte qualche soldo è davvero un “Dadaumpa” da sorelle Kessler.

L’alloggiamento d’identità è davvero scomodo dentro un libro e ha bisogno davvero di tempo e di pazienza ma … se arrivasse l’indizio dentro le uova? Fresche, scadenzate, press’poco localizzate e, mi è successo davvero!

Tutta colpa delle polpette con patate della “Liberazione”: qui è tradizione perché le patate, durante la guerra, di vite ne hanno salvate quasi di più dei partigiani. Il venticinque alimentare è povero per definizione e, chi fa le grigliate carnivore e abbondanti,  comprende la storia cosi come Topo Gigio riesce ad esprime le sue devastanti frasi, cose del tipo “Cosa videro mai le mie fosche pupille?”

Ecco, le mie fosche pupille hanno incontrato Michael Bhetlan e il suo cellulare … ma, chi sei?

Nasce il giallo e, dopo l’informazione delineata da Reith,  c’è l’educazione; per dire di più al mio contatto da eggcrossing  - con post-it giallo -  dovrò scrivergli una lettera, pertanto abbiate pazienza perché mi devo esprimere al meglio possibile.

“Caro Michael,

sei un fresco e giovane contatto, non più vecchio di cinque giorni fa, e il tuo mezzo, alla fin fine,  sarebbe andato in giro per poco tempo ancora perché scade  fra quindici giorni;  certamente cercavi una cuoca, una che ama le uova, una che sappia almeno fare una frittata e, questo fa di te,  un bisognoso d’energia ma che deve stare attento al colesterolo – sei alla volta fanno un po’ male – e ai grassi polinsaturi.

Magari pensavi di contattare l”’ovaiola”  di fronte a te, quella diciottenne carina e incuffiata che ti sta di fronte, probabilmente aspetti la sua chiamata e, timido e irrisolto,  ti chiedi perché diamine lei non trovi il coraggio: credimi, non lo farà!

Il numero l’hai dato a me, dentro le uova della “Liberazione”, e  io non sono l’”ovaiola”,  dico solo scemate su di un blog e lavoro d’idee… e poi non ho più diciotto anni da un pezzo, rassegnati!

Se, invece, cercavi me, l’ignoto, il destinatario folle che possa chiamare e far nascere una avventura o una amicizia, sappi caro  che io odio le uova, le uso per necessità e in alcune evenienze, faccio male la frittata e sovente brucio il tutto perché leggo più Kant che un libro di cucina.

Mi viene da pensare “Siamo vincoli o sparpagliati? Come diceva Peppino De Filippo nel ruolo di Pappagone.

Ecco,  io sono vincola e immagino tu sarai sparpagliato e, considerato che il tuo numero è caduto male posso, se vuoi, fare una frittata, introdurvi il biglietto cum numero, e portarla al Club dell’Azione Cattolica dove, sovente, desiderabili signorine aspettano la caduta dell’uovo giusto.

Fresco,  e di giornata, il mio saluto e … “Ma cosa mi dici mai?”  Attendo,  un energetico tuo segno.”

Reith, alla fine del suo motto,  diceva intrattenere e bé … io non sono in grado: Cambia uovo!

Buon Venticinque Aprile …




permalink | inviato da doppiavia il 25/4/2013 alle 20:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
13 aprile 2013
De/In/E in Mapuche, con o senza clitoride!

Oddio! … ma senza clitoride come si può vivere?

Senza un clitoride urge subito una soluzione, specie se sei uomo!

Cavolo, solo appena ieri ho scoperto di poter portare le autoreggenti in pizzo per voler scoprire - se ne ho un po’ di voglia -  di poter ispezionare il mio clitoride senza dovermi spogliare del tutto. Ma poi, proprio Io, il mio non l’ho mai trovato … magari non l’ho nemmeno.

Credetemi: ho cercato anche con lo “specchio per la consapevolezza femminile” come suggerito ne L’Insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera, ma non c’era!

Ascoltando Mapuche osservo un panorama musicale piuttosto alternativo nella Seattle siciliana dei ben pensanti musicali ma, in realtà, mi sembrano più aderenti e poetici questi testi che i temi societari che trovo in giro nel mio tempo.

In “Quando ero morto” tocchiamo l’algoritmo del piacere “ … mi sento uno schifo eppure son vivo!” e quanti di noi, oggi, possono testimoniare la stessa verità?

Ma torniamo al clitoride: “ … e neanche la sifilide come ho potuto sino a qui resistere?” e ancora “ …mi disprezzano le donne … e io sono in mutande”  e ancor di più “ … corro appresso alle donne quando il glande è più grande …” ma Villon era un villano in confronto e, come “l’Uomo nudo” che conforta e intitola queste poesie di Mapuche, io faccio alcune osservazione – o illazioni – a seconda dell’opinione corrente.

De-ludere; … vuol dire tradire delle aspettative, ammesso che io ne abbia mai avute in questo fragile periodo, ma deludere può essere anche una elaborazione positiva perché contiene dentro se un progetto che c'era sin dall’inizio,  una aspettativa positiva e che è poi andata oltre, superando il progetto di partenza, appunto De-ludendo, dove la funzione del ludus (del gioco) è sempre e comunque un coronamento della vita psicologica – o psichiatrica– di un onesto ascoltatore.

Non mi ha fatto emergere con un ludus ma mi ha, di fatto,  de – ludos … quindi, mi ha dato di più. Grazie!

In-ludere;  … il falso reale è la corda del gioco, una fuga dalla quotidianità che poi propone un buon ritorno al reale attraverso lo stesso gioco. Anima metafisica e tensione verso il reale: le due anime di Don Chisciotte ricucite dal senso pratico di Sancio. Sono colui che gioca e colui che crede di giocare ma, nella finzione,  alberga la realtà … come in Mapuche che vuole il clitoride mentre la donna preferisce la chiavetta USB inserita nell’autoradio: sai che musica che ci viene fuori!

E-ludere; … letteralmente “mettere fuori gioco” come nel testo Al mio funerale “ … ma solo sputi e frasi … al mio funerale non ci saranno pianti ma stelle filanti …rimarcando il disgusto e la vergogna … oggi era il giorno giusto per toglierti dal cazzo”  senza imporre il gioco, ma scegliendolo, si crea l’alchimia in cui l’inganno diventa arte, appunto eludere, come fanno i furbetti al fisco e come nel testo si elude il concetto di morte declassandolo a mero compiacimento dell’assistere a qualcosa in cui nessuno di noi, di fatto, potrà mai assistere. Eludere la paura con una falsa rappresentazione e il gioco prende vita. O forse il grande inganno.

Adesso potete ascoltare tutto d’un fiato (come lo zabaione con uova intere e senza zucchero) – Vi concedo ;) – quest’arte sottile e delineata, o sentenziata fate voi, del parlare con l’asciutto disgusto del gioco che riscrive la verità.

http://www.rockit.it/Mapuche/album/luomo-nudo/18277

Fatelo adesso o perderete il senso del se/n/so (qualcosa) lo devo a te!

E io ringrazio il mio pubblico assente.

Merci beaucoup :) 




permalink | inviato da doppiavia il 13/4/2013 alle 14:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
14 marzo 2013
Schermaglie cortesi e immagini popolaresche: il medioevo futuribile e la satira del villano.

Passi di tango sempre a due: sguardo dentro sguardo, passo dopo passo, sino a quando il piede dell’uno si poggia, maldestramente,  su quello dell’altro ed ecco che s’interrompe l’atmosfera con un cruciale e delittuoso: “Ahi!”

L’argentina di Papa Francesco mi è già utile come immagine a specchio per la mia Repubblica, per il  mio governo, per la spina dorsale burocratica di questo Paese: quella che non c’è!

Non m’invischio fra grillini e bersaniani o bersoncini  e, figuriamoci,  fra berlusconiani:  i loro passi non assomigliano al tango e – fra tutti quelli - non c’è nulla d’armonico anzi penso che non  è stata ancora creata  una musica che li possa davvero  rappresentare,  al massimo posso associargli la marcia di  Topolino ma suonata di fretta e senza l’ausilio del metronomo.  

La loro corte “scortese” mi ricorda molto da vicino le vicende di Cielo d’Alcamo e le sue prose cortesi dettate alle popolane. In Rosa fresca aulentissima un uomo e una donna, di modesto livello sociale,  giocano all’amor cortese ma senza averne i mezzi, e le possibilità, dicono cose del tipo:

!“Faccio gli otto punti” e in risposta !“Canta canta che non m’ingrifi” o ancora !“Noi e il NOSTRO PREMIER, eminentissimo, spettacolorississimo, arcinotissimo, uveitizzato,  SIAMO disponibili …” e dall’altra parte !“Non stiamo mica a unirci con le pulci!” e canti ancora più equivoci del genere mostrato.

Alla fine, come nella poesia d’Alcamo,  si giunge al nodo cruciale: “A lo letto ne gimo a la bon’ora/ che chissa cosa n’è data in ventura” ovvero “andiamocene subito a letto, dato che è scritto così nel nostro destino”  e così, con questo andirivieni,  ci troveremo presto con il sermone dei frati villani,  governati  con un “certo”e un “manco”  ed in mezzo un matrimonio morganatico che faranno della Ragione la puttana dell’avvenire o  l’ideale cortese usato per farci i quadri alla Teomondo Scrofalo.

Il futuro ci viene incontro con larghe promesse da tardo medioevo e poi c'è  la medesima cultura del “parate il sacco” degli europei, con i loro Prodotti Interni riversati nel nostro chiedere. Istruzione/Dignità/Parità fra le pieghe d’una miserabile esistenza non priva d’ignoranza e di disperazione: praticamente è utopia.

Vorrei essere come lo stemperino descritto da  Rodari cioè unoggetto fantastico e pacifista, che non serva a far punte alle matite, ma a fargliela ricrescere quand’è consunta” e di consunto qui c’è ormai tanto!

 




permalink | inviato da doppiavia il 14/3/2013 alle 21:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
2 marzo 2013
Scatole “nascoste” e “idee” regionalizzate, ma con un po’ di Guareschi!

Nella Cosmetica del Nemico la Nothomb fa dichiarare al nemico intimissimo dell’uomo che  un verbo è l’unica chiave possibile: “Il verbo nascondere è la parola chiave del XX secolo”.

All'inizio c’era il verbo:  ma, configurato come azione? Non so se Noi -  popolo -  abbiamo configurato il nostro linguaggio diastratico su questa certezza o  sulla sua mera traduzione: prima il verbo era in aramaico, poi in greco,  infine avrà preso le forme grammaticali d’una inattesa grammatica italiana, peraltro ancora da far nascere?

Ecco, tutte le volte che ascolto Bowie  m’incarto proprio come succede alle donne sorprese dal proprio innamorato con i bigodini in testa : salivazione azzerata, sudore ascellare da far sguazzare un pesce spazzino per le zone limitrofe  e sguardo ebete … dai, lo so che Voi donne queste cose le capite bene e non basta chiedere aiuto ad una piastra per rimettere in pari la figuraccia; Quello vi vedrà sempre arrotolata come uno spiedino di maiale porchettato.

Tranquille, vi faccio ascoltare quel giusto e sano uomo così v’approssimerete a quello stato di purezza mentale che vi farà sentire pronte … a cosa non si sa mai! http://www.youtube.com/watch?v=gH7dMBcg-gE&feature=player_embedded

Ascoltato? Siete pronte adesso all’argomento:Faccio conto che avete detto di Si!

Due donne alla fermata d’autobus;

La prima:  “ C’ho la diabete sa …”; (il diabete)

La seconda: “Lo so, cara signora, io ho avuto una decenza all’ospedale di due settimane!”; (degenza)

La prima: “M’hanno messo pure la febbro …”;(la flebo)

La seconda: “ … le analisi le faccio sempre nello stesso poliminatorio …”;(poliambulatorio)

Metaplasmo, Malapropismo, metaplasmo, malapropismo in un girotondo senza posa: è la lingua vissuta, non certo standard, ma è vissuta, regionalizzata, una coiné della mia terra ma che è propria d’ogni regione …  io racconto certamente la mia!

Non è il verbo inteso come azione, e non è certo il termine nascondere che può incartare una intera civiltà regionale,ma per non far torto alla Nothomb che ha tutta la mia stima, ne alla lingua italiana che già stropiccio di mio, che mi addentro sui regionalismi come segno della mia appartenenza.

Ascoltate Guareschi , figlio d’una regionalità viva e talvolta grottesca: “La cultura non conta un bel niente, Don Camillo” (…) “Quelle che contano sono le idee. I bei discorsi non concludono niente se sotto le belle parole non ci sono le idee pratiche. Prima di dare un giudizio mettiamoli alla prova”  ed io le ho messe alla prova: Chi? Ma,le due signore!!

Dal racconto storpiato delle due signore usciva un resoconto nitido dell’esperienza, un quadro dinamico della loro situazione e, oltre le parole, le loro idee sul comune problema e sul medesimo vissuto emergevano con cognizione e giudizio di merito.

Le idee che Guareschi fa scaturire dal colloqui fra Don Camillo e il Crocifisso sono tesi/antitesi fra la forma e la sostanza: sono così stanca di vedere giudicata solo la forma e non la sostanza!

Quando si passerà ad essere giudicate per le proprie idee e non per la loro presentazione?

Nascondere è la parola più diffusa nel XX secolo … il termine Idee è morto, lo stendardo della forma funge da divisorio. Ecco perché stiamo come stiamo … una coinè europea che non assapora nemmeno lo stesso pane.

 Vuol dire che siamo mal messi: senza metafore ne lirismi …

Bowie? Canta ancora per me, please!

 

 

 




permalink | inviato da doppiavia il 2/3/2013 alle 22:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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IL CANNOCCHIALE